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CAPITOLO 2 GIUSEPPE VA INAMERICA


Tre mesi dopo Giuseppe era a Napoli, imbarcato sul bastimento "Immacolata" che avrebbe portato centinaia di uomini, donne e bambini attraverso quel grosso mare che prende il nome di Oceano, fino all'altra sponda della Terra che si chiamava Speranza.
Aveva già visto il mare una volta perché a Napoli ci era andato per certi affari, ma mai, ovviamente, era salito su un bastimento. Imponente, quasi un gigante, un palazzo di ferro che emergeva dall’acqua come una montagna, alto, scuro, i camini da cui usciva un denso fumo grigio sospeso in nuvole che si mescolavano al cielo. Le lamiere, robuste e scintillanti sotto il sole, sembravano solide come la roccia, eppure ogni minimo movimento sembrava far oscillare la struttura come un guscio di noce sul mare. Tante persone, dal ponte salutavano a terra i parenti e gli amici; fazzoletti multicolori svolazzavano come farfalle in un film al rallentatore e lacrime di donne o visi tristi di uomini affollavano il parapetto della nave.
Le cabine erano occupate da coloro che avevano pagato il biglietto più costoso mentre gli altri, persa di vista la terra, cercarono una migliore sistemazione. Giuseppe che non doveva salutare nessuno si era già accucciato, col suo bagaglio, al centro del ponte.
Il bastimento si fermò a Palermo e caricò altri passeggeri, si fermò poi alle Canarie per un intero giorno e finalmente ripartì per affrontare l'Oceano.
Il mare era infinito e senza confine, di notte era come viaggiare nell'Universo, se non c'era la Luna o le stelle ci si sentiva sperduti. Dialetti meridionali vociavano incomprensibili all'orecchio non abituato, i bimbi piangevano la fame o il mal di mare. Canzoni tristi, parole d'amore e suoni di disperato addio echeggiavano sul ponte tutte le sere.
Giuseppe fece amicizia con la famiglia Paladino di Palermo, il capo famiglia si chiamava Calogero, la moglie Rosalia, le figlie; Concetta, Rosalba e Rossana.
La notte avvolgeva il ponte della nave come un velo scuro, Giuseppe si ritrovò a chiacchierare con Calogero, mentre le onde si infrangevano contro la prua. "Calogero, hai mai pensato a come sarà l’America?" chiese Giuseppe, scrutando il mare. Calogero annuì, le mani callose intrecciate. "Sì, ma ho paura. Ho sentito storie di chi è partito e non è mai più tornato. Non voglio deludere la mia famiglia".
Rosalia, che stava sistemando le bambine, si voltò verso di loro: "Dobbiamo avere fede, Calogero. Se non proviamo, restiamo bloccati qui. I nostri figli meritano di avere una vita migliore".
"Ma il viaggio è duro" ribatté Calogero, la voce bassa. "Le bambine stanno soffrendo. Concetta ha vomitato due volte".
"Mamma, ho fame!" interruppe Rosalba, gli occhi grandi e tristi.
"Un momento, tesoro" rispose Rosalia, accarezzandole i capelli. "Mangia un po' di pane, poi tutto andrà bene, ti passerà".
Giuseppe si chinò verso le ragazze, cercando di strappare un sorriso. "Ehi, volete che vi racconti una storia? Una storia di un grande eroe che ha attraversato mari e deserti?".
"Racconta, racconta!" gridarono le sorelle, il dolore dimenticato per un attimo.
Calogero, nonostante le preoccupazioni, si lasciò andare a un sorriso, "Sì, racconta! Ma che sia una storia con un lieto fine, eh?".
Giuseppe fece finta di pensarci su, poi cominciò: "C'era una volta un giovane pescatore che si chiamava... Giuseppe! Partì per un'avventura lontana..."
E così, mentre la nave solcava le acque scure, le risate e le storie riempirono l’aria, creando un rifugio temporaneo contro la paura dell'ignoto. Il vascello ondeggiava leggero sul mare cullato dalle onde come un bambino tra le braccia della madre. Sull’ampio ponte il solesorgeva timidamente; un gruppo di passeggeri, stanchi ma pieni di speranza, si affacciò al parapetto. La nebbia avvolgeva l’orizzonte, una coltre di mistero che celava il destino di ciascuno di loro.
Un pomeriggio nebbioso; una donna con il volto segnato dai venti dell'oceano e gli occhi colmi di attesa, scrutando l'ignoto credette di aver visto qualcosa all’orizzonte: "Quella è l’America?" chiese all’improvviso, quasi sottovoce, tremante di emozione. Le parole simili a un canto, si dispersero nell’aria, attirando l'attenzione di tutti. I volti si volsero verso l'orizzonte, cercando di scorgere l’ombra della terra promessa. In quel momento il comandante, con voce sicura accese l’altoparlante: "Signori guardate, dietro quella nebbia c'è New York, amici miei, siamo arrivati!".
Il cuore di ognuno batteva all’unisono con quello degli altri, un tamburo di speranza e trepidazione. Ma la nebbia rimaneva spessa, come un velo che si rifiutava di sollevarsi. La tensione crebbe, e il mormorio dei passeggeri si mescolò al rumore del mare, un canto di attesa e di incertezza.
Finalmente un'improvvisa schiarita rivelò un profilo che si ergeva maestoso. In lontananza, una grande statua con una fiaccola protesa in cielo dominava la baia, simbolo di accoglienza e di sogni da realizzare. La fiaccola che teneva in mano la statua era la luce della speranza, luminosa e fiera, che sembrava invitare ciascuno a varcare la soglia di quel nuovo mondo.
La vista di New York si materializzò e gli occhi dei viaggiatori si spalancarono, colmi di meraviglia. A terra un formicaio pulsante di vita si snodava, un mosaico di persone che si affollavano nel porto, ognuna con la propria storia, ognuna con il proprio bagaglio di speranze. Americani, irlandesi, italiani, polacchi, tutti uniti in un ingarbugliato abbraccio di lingue e culture, voci che si intrecciavano in un concerto di suoni vibranti.
Giuseppe si emozionò al pensiero di essere arrivato in America, si sentì avvolto da quell'energia. Era come se la città stessa pulsasse; ogni grattacielo e ogni vicolo raccontando una storia, ognuno di loro pronto a diventare parte di qualcosa di più grande. Con un respiro profondo, si preparò a scendere, pronto a scrivere il proprio capitolo di quell’avventura, mentre la nebbia si diradava e il mondo davanti a lui si apriva, vasto ed infinito.
Prese alloggio a ridosso del ponte di Brooklyn, nell'Est Side, perché lì era il quartiere degli italiani. I residenti di qual quartiere non parlavano una sola parola di americano, non si proferiva frase che non fosse di questa o di quella regione, maggiormente calabrese, siciliana o campana; da quel quartiere c'era gente che non era mai uscita, che non si era allontanata nemmeno di un isolato. Le case erano vecchie e sporche, i palazzi affollati come termitai, in un'unica stanza un'intera famiglia viveva ammassando i letti e le masserizie.
Le strade erano polverose e cosparse di immondizie mai rimosse o ammucchiate poco distante dalle bancarelle di frutta, carne, spezie e vestiti, che i commercianti reclamizzavano a voce squillante, ognuno nel proprio dialetto. I bambini camminavano scalzi per strada anche nella stagione più fredda, tutti aiutanti dello spazzacamino, talmente erano sporchi. I loro occhi ed i loro sorrisi contrastavano spesso col loro sudiciume come la loro povertà contrastava con la loro ingenuità. Gli adulti invece esprimevano maggiori tensioni interiori, il loro sguardo era confessione di sofferenza, coscienza dell'incapacità di sollevarsi dal fango ed innalzare la propria famiglia al sogno che li aveva trascinati negli States.
Quelli che non avevano trovato un lavoro avevano un’altra maniera per portare a casa qualche soldo, si imparava presto, bastava rubare, portare qualche ambasciata, avvertire con un fischio dell'arrivo della polizia e altre cose di questo genere, così iniziava la carriera del delinquente. Giuseppe non trovò spazio in quell’ambiente.

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