

Siponto
- quartire di Manfredonia (FG) 1966 Località Produttiva Coppa Montone (FG)
- Targa originale
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Fu con quella “500” che affrontammo per la prima volta il viaggio verso Bovino, in auto. In quegli anni, la FIAT chiudeva il 31 luglio, e con essa tutto l’indotto: un’intera città si svuotava. Il popolo di Torino partiva in massa. C’era chi aspettava la moglie all’uscita dei cancelli di Mirafiori con l’auto già carica di bagagli, pronto a partire per il Sud appena scattate le ferie. Anche noi, poiché papà e mamma potevano partire solo in quel periodo, ci univamo al fiume di vacanzieri lungo l’autostrada del Sole, facendo solo brevi soste per il rifornimento e uno spuntino. Era quasi una gara: ci si chiedeva a vicenda quanto tempo ci volesse per arrivare al proprio paese d’origine. Le destinazioni erano lontane, ognuno sperava di accorciare le distanze almeno con la fantasia. Ma la realtà era ben diversa. Fino a Foggia, infatti, non tutto il tragitto era coperto dall’autostrada. Si alternavano tratti urbani e provinciali, con tutte le difficoltà del caso. Si attraversava ancora il centro di Bologna; nelle Marche e negli Abruzzi si procedeva su strade statali, spesso congestionate, tra salite, tornanti e code infinite. Durante uno di quei viaggi, attraversando gli Abruzzi, ci ritrovammo imbottigliati per ore. In quel tratto non c’era ancora l’autostrada, solo provinciali piene di salite e curve. Dopo chilometri di coda, finalmente trovammo un rettilineo e, approfittando dell’occasione, feci un sorpasso. Purtroppo, c’era la striscia continua. Una pattuglia della polizia, appostata proprio lì, mi fermò. Tentai di spiegare che era l’unico punto dove si poteva sorpassare in sicurezza, ma l’agente mi rispose, secco: “Lo sappiamo. È proprio per questo che ci mettiamo qui.” Ancora oggi mi chiedo come riuscissimo a fare quei viaggi: quasi mille chilometri solo all’andata, con pochi tratti autostradali e l’auto carica all’inverosimile. Oltre a noi quattro, c’erano un bidone da cinque litri d’acqua fresca per il viaggio, un cestone di panini e viveri, le valigie per tutti, la tenda da campeggio e chissà cos’altro. Se non fossi stato io stesso al volante, non ci crederei. Al ritorno, vicino Bologna, ci ritrovammo di nuovo bloccati nel traffico, proprio attraversando il centro. A un certo punto, Giuseppe, mio fratello scese dall’auto, entrò in un bar, prese un gelato, si sedette fuori a gustarselo e, una volta finito, tornò a piedi da noi. L’auto era avanzata solo di qualche metro. |